Quattro abbracci
meno uno

Succede che leggo un racconto, mi arriva un link: toh, leggilo. Un racconto emozionante. La lettura dura solo sette minuti. Ma in quei sette minuti c’è un condensato di emozioni. E ti parla di abbracci. Di abbracci ricevuti, di abbracci mancati. Succede che dopo averlo letto prendo una tela, grande. Voglio esprimere quello che mi ha lasciato. Inizio a tracciare delle linee, linee che si incrociano, si intersecano. È un abbraccio. Non è facile rappresentare un abbraccio mancato.

E allora quell’abbraccio, il ‘meno uno’, piano piano prende corpo, I colori sono freddi, grigi, spenti. È un abbraccio mancato, rimane solo la percezione di averlo sfiorato, voluto, desiderato. Prende forma un corpo, che si stringe in se stesso, che attende quell’abbraccio, caldo, calmo. Tutto intorno è calore, i colori sono quelli del fuoco. L’abbraccio c’è, è lì, ma non riesce a raggiungere il mio corpo, quello che in maniera quasi automatica si è delineato. Nasce ‘An Embrace is not Enough’.

È la prima volta che quel testo mi ispira, non so cosa (o chi) mi abbia spinto a buttare quelle emozioni sulla tela.

“An Embrace is not Enough”
Acrilico su tela, 160×250


“An Embrace is Not Enough” – Particolare

L’autrice, Ilaria Vocaturo, lo vede per caso tramite una comune conoscenza. Ed e un colpo di fulmine: vuole l’artwork come copertina del suo racconto.

Dalla lettura del racconto, nasce la mia tela, che viene vista per caso dall’autrice stessa, che lo vuole come copertina.
Non ci penso due volte, sono onorato di donare l’immagine creata e… la tela! Tela che finisce a casa di Ilaria.
Le emozioni si moltiplicano, un caso singolare, non c’è che dire. A me piace chiamarla “Serendipity”.

Cover del libro “Quattro abbracci meno uno” di Ilaria Vocaturo


Ci sono vite che cominciano senza abbracci.

Ci sono abbracci che si insegnano, si imparano.

Ci sono vite che crescono un abbraccio dopo l’altro…

Quattro abbracci meno uno

Ilaria Vocaturo

Un libro può modificare il tempo facendolo scorrere più veloce, più lento.
Mi proteggo con un libro da quando avevo quattordici anni, quarta ginnasio.
Mamma? Non conosco nessuno nella scuola nuova, non ho ancora parlato con nessuno, soltanto con il mio compagno di banco, cosa faccio nell’intervallo da sola?
Portati un libro, vedrai che qualcuno si avvicinerà.
Scelsi Jane Eyre, un’edizione Bur con la copertina verde, piccola e maneggevole.
Quando suonava l’intervallo, lo tiravo fuori, mi mettevo di fronte all’aula, leggevo.
Dopo qualche giorno una ragazzina, seduta nel primo banco, la fila accanto alla mia, con cui non avevo mai scambiato una parola, si avvicinò.
Leggi sempre tu, cosa leggi?
Jane Eyre, lo hai letto?
No, com’è?
Vuoi che te lo racconti?
Trentacinque anni, molti libri dopo, siamo ancora amiche.
Oggi, una panchina della passeggiata a mare, c’è una bella luce di inizio primavera, ho un libro in mano. Guardo ancora il mondo protetta da un libro.
Un papà con una bimba di circa tre anni, si tengono per mano, camminano verso di me, parlano.
Si fermano abbastanza vicini perché possa ascoltare.
Papà, in braccio!
Non sei un po’ grande?
No, sono ancora abbastanza piccola.
Davvero? Ti porto fino alla fine della passeggiata, poi scendi, siamo d’accordo?
Sì, papà.
A posto?
Sì, papà.
Li guardo allontanarsi, una bimba che abbraccia forte il suo papà.
A volte gli abbracci sono difficili.

…continua a leggere il racconto